Ci siamo. Per la 58esima volta, ci siamo. Belli, compatti, positivi e biancazzurri.

Tre giorni a Porta Nuova (LEGGI IL PROGRAMMA COMPLETO), tre giorni da vivere con tanti amici di tutte le età, comunque vada, tre giorni di fatica e di divertimento, di tensioni e di sorrisi. Già Porta Nuova, il nostro fortino, quello che quando rientri dal Campo delle Armi con la Brocca in mano si trasforma in un Arco di Trionfo e si apre ad una marea bianco e azzurra; quello che quando rientri a mani vuote ti accoglie e ti protegge come in un abbraccio materno.

Orfeo Sorbellini, Barbarossa 2004

Per il cinquantesimo numero de L’Urlo del Drago – il mitologico e temuto aperiodico cannetino -, il professor Orfeo Sorbellini scrisse in poche righe (l’articolo completo è disponibile nell’archivio dell’Urlo del Drago), con la ironica e sagace sintesi che lo contraddistingueva, quello che sono i Canneti e di riflesso cosa è Porta Nuova. “La Nostra contrada non ha monumenti o ricordi storici rilevanti, ma proprio al suo centro, alla Porta Nuova, ha due lapidette di marmo, una all’esterno ed una all’interno, la prima porta scritto: HIC VITABIS AESTUS (qui non sentirai il caldo), nella seconda: HIC VER ASSIDUUM (qui c’è sempre primavera) … insomma nella nostra contrada, ed è la realtà, non si sente né il caldo né il freddo, figurarsi se si sentono il caldo o il freddo in senso figurato!”, firmato Orfeo Sorbellini. Chapeau!

Già perché quelle mura duecentesche, alte e ben mantenute con l’occhio vigile di sua maestà il trabucco, ti proteggono dal caldo e dal freddo, reale o figurato. Nei giorni di Barbarossa e del Bianco e l’Azzurro l’ambiente di Porta Nuova è ancora più bello, ogni anno cerchiamo di renderlo migliore, accogliente, caldo e familiare e perché no, medievale. Ma quelli con qualche annetto in più, ben ricordano il triangolo e i gabinetti di Porta Nuova. Ricordano anche i sorrisi, le battute nei giorni di Barbarossa “quelli che fanno la cena ai gabinetti, ah ah”. Già perché proprio a Porta Nuova c’erano i gabinetti pubblici con parcheggio dei motorini, si scendevano quelle due file di scalini e si facevano i propri bisogni. Così per fare le nostre feste, ‘i cessi di portanova’ toccava chiuderli una settimana prima, ma l’odore era quello che era, insomma, non proprio il massimo; oltre all’occhio che vuole la sua parte, anche allora. Ma se è per questo avevamo ai muri le bandiere-tovaglie a quadrettoni bianco e blu quando tutti avevano le bandiere stampate, avevamo le bandiere da gara per il Barbarossa dipinte con l’Uniposca nei giorni precedenti. Una volta fatte le onde con il lapis si riempivano gli spazi di blu e di azzurro, il bianco restava bianco, il color oro per il drago, il rosso per la lingua. Sei bandiere, quattro per gareggiare, una di scorta ed un’altra perché non si sa mai. Che poveracci avrà detto qualcuno. Già, ma era un modo come un altro per stare insieme, per fortificarsi, per arrivare al Barbarossa compatti e con grande orgoglio. Qualche ora a dipingere un panno, in effetti, non era male per stare insieme. E poi con quelle stesse bandiere, oltremodo pesanti e fragorose è capitato anche di vincere, come di perdere, perché quello che conta è sempre stato il manico.

Ma gli anni passano, i gabinetti di Porta Nuova sono stati smantellati ed è nata la piazzetta di Porta Nuova, e così c’è toccato anche sentir dire, “eh ma voi siete quelli messi meglio come posizione, praticamente in piazza”. Da ridere. Ma del nostro ambientino siamo sempre andati fieri, sia con l’olezzo d’un tempo sia con il profumo di brace saporita di oggi. Così come è giusto ed ovvio che ognuno sia legato agli angoli più intimi del proprio rione. E poi negli anni abbiamo fatto le bandiere stampate anche noi, e molte altre cosette, abbiamo vinto qualche altro Barbarossa e ci siamo tolti diverse soddisfazioni.

Forse proprio perché ricordiamo bene dove eravamo qualche decennio fa, e che quando è nata la festa, nel nostro territorio abitavano soltanto ventisette famiglie fra Via dei Canneti e Via Nuova, comprese le suore dell’Ospedalino ed un prete. Ed i protagonisti (e famiglie) della genesi cannetina se sono poi andati. Subito. Così abbiamo scontato ai nastri di partenza un gap di una generazione (ma forse anche di una e mezzo) per trovarsi agli inizi degli anni Ottanta in pochi, anzi pochissimi, a fare tutto. Mettere le bandiere, la raccolta nel quartiere, allenarsi per fare il Barbarossa e cercare di riportare a casa qualche Brocca. E quando si vinceva fare anche i camerieri alle cene della vittoria. Non c’era niente di facile, di scontato e soprattutto di già pronto, toccava sempre rimboccarsi le maniche. Ma non c’è mai mancata la voglia di farlo.

Poi siamo cresciuti di età e di numero, San Quirico si è espansa nei Canneti ed il settanta per cento della popolazione è venuta ad abitare al di qua di Porta Nuova. “Maremma quanti siete nei Canneti”: una fake news che suonava anche come scusa per qualcuno. Si, perché la voglia di fare non ci manca ora e non ci mancava prima, e fra l’essere o il fare, abbiamo sempre preferito il fare. Oggi siamo un po’ di più, sia perché ci siamo rimboccati le maniche diverse volte, sia perché continuiamo a preferire il fare. Ma è fondamentale continuare a ricordare da dove veniamo; e così ogni bandiera lanciata, ogni freccia scagliata, ogni rullata di tamburo ci riempie di orgoglio; così come mangiare un piatto di pici al sugo preparato dalle nostre cuoche favolose; come ogni sorriso di un bambino cannetino davanti al trabucco. C’è più sugo riportare la Brocca al di qua di Porta Nuova, perché tutto quello che abbiamo, sede compresa, ce lo siamo sudato. Ricordando i cannetini che non ci sono più, quelli ci hanno lasciato troppo presto e chi se n’è andato di recente, purtroppo, ma che sono sempre con noi, per quello, che hanno fatto, tanto o poco, non importa. La storia personale dei nostri Canneti serve solo come bussola, per sapere dove andare, ma ogni sguardo deve continuare ad essere rivolto al futuro, a cominciare da quello dei prossimi giorni. Compatti, uniti come il nostro motto – Unus sed Draco – ci indica. Perché una Brocca in più o in meno non fa la differenza, quello che fa la differenza è sapere dove dobbiamo andare e che anche il lunedì dopo il Barbarossa, il Dragone biancazzurro sarà fiero di tutti noi. E comunque vada non ci farà né caldo né freddo. Avanti Canneti!