a cura di Paolo Saletti – ASPOT (Associazione per lo studio della Storia Postale Toscana)
Contributo in occasione della 22esima edizione de IL BIANCO E L’AZZURRO (23-25 maggio 2025) dal titolo “Il grande Giubileo sulla Via Francigena nel Medioevo” e della ricerca storica effettuata sul polittico di Sano di Pietro in Collegiata. In particolare sulle figure di San Sigismondo e di San Rocco (patrono dei pellegrini), in occasione del rinnovo delle monture del Gruppo sbandieratori del Quartiere di Canneti, il cui tessuto in damascato è stato ricavato proprio dalla figura di San Sigismondo nel Sano di Pietro.
Un grazie per questo lavoro di ricerca a Paolo Saletti, fra i fondatori dell’ASPOT (Associazione per lo studio della Storia Postale Toscana).
Come per tutti i paesi che sono situati lungo le vie di comunicazione è quasi impossibile distinguere nettamente i meriti dell’uno o dell’altra nel contribuire al reciproco sviluppo.
San Quirico non fa certo eccezione perché, se è vero come è vero che la principale via di comunicazione fra Roma e l’Europa, fin dall’epoca romana (non l’allora via consolare detta Cassia che da Montefiascone piegava verso la Chiana, prima dell’impaludamento di questa, per raggiungere Arezzo e poi Firenze) passava da qui perché c’era un’emergenza etrusca, è anche vero che il paese come lo vediamo oggi ha avuto un indubbio sviluppo proprio grazie alla presenza di questa via di comunicazione. Fu proprio con l’abbandono della direzione aretina per le ragioni anzidette che, appunto fra il VI e VII secolo, venne preferito passare per la Val di Paglia (salendo o meno fino a Radicofani) e la Val d’Orcia: questa altro non è che la tanto ricordata “Via Francigena”.
Essa non era una strada come la si intende oggi comunemente, bensì era solo un “percorso” per pedoni e cavalieri, che entrava in Toscana per il Passo della Cisa e poi per Lucca, San Gimignano, Siena, San Quirico e Bolsena raggiungeva Viterbo e poi Roma; chiamata anche “Strada Romea”, era l’abituale itinerario dei pellegrini, ma anche dei mercanti, degli eserciti, dei corrieri che portavano messaggi di autorità civili e religiose.
Esistono molte accurate descrizioni di tale itinerario e non è il caso di riassumerle qui tutte perché possono esser ricercate nella bibliografia di genere, senz’altro più esaustiva per chi fosse interessato ma, ricordando solo le principali e per quanto concerne il nostro territorio in parola, ricordiamo la prima che è quella tramandataci da Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, che nel suo diario ci narra il viaggio di ritorno da Roma alla sua diocesi, nel 994, riportando tutti i nomi delle “mansioni” incontrate: “…XI Abricula (Briccole), XII Scé Quiric (San Quirico), XIII Turreneir (Torrenieri)…”, poi c’è il diario di Nicola di Munkthvera, abate di Thingor in Islanda, che nel 1154 segnala “…Langa Syn (Siena), Klerkaborg (San Quirico), Clemunt “Mala Mulier” (Radicofani)…”, nel 1191 c’è Filippo Augusto di Francia che descrivendo il ritorno dalla terza Crociata cita “…Briche (Briccole), San Clerc (San Quirico)…”, negli Annales Stadenses, la più completa guida del XIII secolo per i pellegrini diretti a Roma, vengono citate le tappe di “…Sexnam (Siena), Sanctum Clericum (San Quirico)…”, e così via passando per gli scritti di viaggio di Eudes Rigaud, Arcivescovo di Rouen, del 1254, di Barthelemy Bonis, commerciante di Montauban del 1350, ed arrivando fino alle vere e proprie guide per viaggiatori pubblicate dal XVI secolo in poi, come la famosa “Elenco delle poste tra Parigi, Milano e Roma, del 1513 circa”, conservato alla Biblioteca Braidense di Milano, dove si iniziano a citare i nomi delle vere e proprie “Poste dei cavalli” (luoghi dove i viaggiatori potevano dormire e rifocillarsi oltre che cambiare i cavalli, antesignane del successivo “Servizio della Posta delle Lettere”, che sono ‘argomento di studio specifico della nostra associazione) anziché dei soli paesi. Con il cosiddetto “Gran Tour”, infine, dalla fine del XVII secolo in poi, si sprecano i racconti di famosi scrittori che, attraversando i nostri luoghi, ne fanno suggestive nonché controverse descrizioni.
Proprio dalle poste deriva il primo vero nome ufficiale della nostra strada che in epoca granducale lorenese si chiamerà Regia Postale al posto del ricordato Francigena, poi in epoca di Regno, con i relativi cambiamenti amministrativi, diventerà Strada Provinciale da Siena a Roma (nel nostro tratto ovviamente) e, dal ventennio fascista di scimmiottamento imperiale romano, diventerà impropriamente l’attuale Cassia.

I famosi cipressini di San Quirico, nel territorio del Quartiere di Canneti accanto alla Via Francigena
Per restare circoscritti al solo territorio del Quartiere di Canneti ci piace citare alcuni episodi che, nel corso dei secoli, è documentato siano accaduti proprio in esso, a partire dalla sosta che qui fece l’esercito del Barbarossa in quei giorni fra maggio e giugno del 1155 che hanno dato vita, nel secolo scorso, alla principale Festa paesana. O quello che il 29 ottobre 1809 nel bosco del Palazzo (podere che è ancora esistente lungo l’allora tracciato stradale verso nord, poco prima del convento camaldolese dell’Abbadia che oggi è una villa privata) vide come protagonista il Corriere Imperiale che venne derubato “… ad un’ora di sera da quattro persone con la faccia contraffatta con la tinta nera e armate di schioppo e stili…” del suo bagaglio. C’erano anche incidenti stradali, che erano spesso dovuti all’imperizia o all’alterazione alcolica dei postiglioni, e la discesa di Camattole o Camattoli (storpiatura popolare del nome Camaldoli riferito al citato convento) che era appunto all’uscita dalla parte nord del paese (non solo il breve tratto attuale per il quale resta il nomignolo, fra la Collegiata ed i Ponti Mille Miglia, costruiti nel 1902 proprio per eliminarla, ma l’intera discesa fin dopo Fonte Vecchia, che ha una pendenza intorno al 15%) e che vedeva abbastanza spesso qualche carrozza finire nelle balze della Casellina.
Proprio la Via dei Canneti (citata in tal modo fin dai tempi antichi, che fungeva da collegamento esterno alle mura fra la Strada Regia Postale a nord e la Strada della Ripa a sud) era ufficialmente usata in alternativa al solito passaggio dentro al paese quando era impedito per motivi vari quali, per esempio, il rifacimento dei lastrici (nel 1823 e 1842 c’è una bella corrispondenza su ciò).
Sempre qui nei Canneti si può ammirare la Porta Nuova che, come dice il nome, è nuova ma così nuova (venne costruita nel 1930-31 per collegare la piazza alla viabilità esterna) da poter essere considerata la più nuova non solo del nostro paese ma forse d’Italia fra tutte quelle che attraversano delle mura medioevali per scopi di viabilità.


