L'esibizione serale dei Canneti a Cortona

S'era già annunciato proprio da queste pagine, ed ora facciamo il resoconto della serata cortonese. Come d'uopo tutto inizia con il corteo che si snoda per il corso: in testa il portainsegna, seguito dai quattro armigeri di scorta al Capitano, poi i tamburini che danno tono all'incedere e gli alfieri. L'ingresso in Piazza Signorelli con il breve saluto, e l'attesa che gli altri gruppi presenti facciano altrettanto, è il prologo alla 1° esibizione che è la nostra. Lo spettacolo, più o meno, è quello collaudato che, a causa di un malinteso organizzativo sui tempi, è un po' più corto del solito; peccato, perché se si fosse saputo prima, avremmo gestito ancora meglio l'imprevisto: si sa che noi siamo gente da imprevisto. Ma non stiamo qui a dire quanto sono stati bravi tutti i nostri ventidue figuranti. Ci piace invece appuntare l'attenzione su ciò che ci distingue, non per fare confronti di capacità, con tutti gli altri gruppi che hanno fatto del loro meglio e sono stati bravissimi. Ovviamente noi siamo quelli più piccoli, come sempre, ed il nostro modo di sbandierare è diverso da quello degli altri per ciò che presentiamo. Non è una differenza di difficoltà pura e semplice, perché ogni cosa ha la propria difficoltà ad essere fatta, è una differenza di concetto di fondo. Gli altri gruppi hanno al seguito una vera e propria "orchestrina", con tamburi moderni ed ottoni tutt'altro che medioevali, che fan musiche d'ogni epoca, senza ritegno di sorta (stavolta c'è toccato sentire anche la marcia trionfale dell'Aida e perfino le canzoni di De André. e non è una battuta!). Il suono che se ne ricava è simile più ad una batteria che ad un tamburo, ma nell'insieme dello spettacolo ciò può risultare appropriato se ben accostato al muoversi delle bandiere.. tutte sempre rigorosamente di fibra e corte! La gente ha applaudito, forse, più a noi, ma non è questo ciò che importa: esprimere ciò che siamo capaci di fare non dev'essere per forza una gara con ciò che fanno gli altri, anzi. Dagli altri bisogna saper apprendere le cose che a noi sono sfuggite per qualche ragione, cercando sempre di far prevalere, in tutto quello che si fa, la nostra innata "senesità culturale" quale valore imprescindibile a cui tendere per preservarlo. In fondo lo diciamo da anni, ma ogni volta che ci confrontiamo con altri quest'esigenza torna più prepotente di prima, perché siamo consapevoli che è quella la nostra diversità di fondo, che ci fa apprezzare ancora di più agli occhi del pubblico. Che non sono solo idee nostre ce lo dimostrano, cosa molto importante, i complimenti che ci fanno gli altri gruppi, che notano (da "esperti") quanto siano coerenti gli esercizi di una coppia (non dimentichiamoci che a Siena oltre non si va), che i nostri tamburi suonano in un altro modo, che il Cingo le bandiere che adopera le muove tutte. Quello che abbiamo molto da imparare è "come si tiene la piazza" perché, com'è ovvio, chi ha una maggior semplicità di volteggio ha bisogno di più movimento per sopperirvi, ha ormai acquisito alcuni banali "trucchetti" che permettono di sviluppare lo spettacolo quali una breve sonatina degli ottoni fra una sbandierata ed un'altra, ecc. E poi forse, contrariamente a ciò che si dice in giro, bisognerebbe fare un po' meno pubblicità a San Quirico ed un po' più a noi stessi, magari rimarcando proprio le diversità. Ma va bene così...

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